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Colonie di vacanza in Italia. Dal periodo fascista ai nostri giorni deco deco
Colonie di vacanza. Piscine abbandonate

Colonie di vacanza. Piscine abbandonate
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Colonie di vacanza. Dettaglio di un giardino

Colonie di vacanza. Dettaglio di un giardino
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Colonie di vacanza. Scale in un atrio

Colonie di vacanza. Scale in un atrio
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Colonie di vacanza. La facciata principale di una grande colonia

Colonie di vacanza. La facciata principale di una grande colonia
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Colonie di vacanza. Scheletri in cemento armato

Colonie di vacanza. Scheletri in cemento armato
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Colonie di vacanza. Edifici in mattoni rossi abbandonati

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Colonie di vacanza. Saloni abbandonati lungo le scale

Colonie di vacanza. Saloni abbandonati lungo le scale
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Colonie di vacanza. Edifici di servizio in un parco esterno

Colonie di vacanza. Edifici di servizio in un parco esterno
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Colonie di vacanza. Un lungo corridoio

Colonie di vacanza. Un lungo corridoio
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Colonie di vacanza. Esterno, verso il mare

Colonie di vacanza. Esterno, verso il mare
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Colonie di vacanza. Una sala spoglia

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Colonie di vacanza. Mobili abbandonati

Colonie di vacanza. Mobili abbandonati
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Colonie di vacanza. I segni dell'abbandono

Colonie di vacanza. I segni dell'abbandono
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Colonie di vacanza. Esterno con piscina

Colonie di vacanza. Esterno con piscina
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Colonie di vacanza. Dettaglio di un dormitorio

Colonie di vacanza. Dettaglio di un dormitorio
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Colonie di vacanza. Un interno

Colonie di vacanza. Un interno
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Questa ricerca fotografica, frutto di un progetto esplorativo durato cinque anni, studia il fenomeno delle colonie di vacanza in Italia, a partire dal periodo fascista fino ad arrivare ai nostri giorni.
Il progetto si divide in due parti: la prima che illustra il valore architettonico degli edifici dando uno sguardo alla svolta sociale che il ventennio ha dato con la massiccia costruzione di colonie marine, montane e fluviali; la seconda, che parte dal dopo guerra fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui viene rappresentato ugualmente il valore architettonico di alcune strutture ma soprattutto le tracce del vissuto che ancora portano i dormitori, i refettori, le cucine e tutti gli altri ambienti che sono stati la casa delle vacanze di migliaia di bambini. 

Negli anni trenta, con la spinta del razionalismo, si progettavano vere e proprie città delle vacanze, nelle località di villeggiatura di richiamo soprattutto lungo le coste dell’Adriatico e del Tirreno.
Queste strutture erano progettate in maniera razionalista, non solo per l’aspetto delle linee e delle simmetrie, ma anche e soprattutto per la posizione rispetto alla luce del sole, rendendo gli ambienti interni illuminati naturalmente da grandi vetrate ed arieggiati in maniera da renderli freschi e salubri.
La maggior parte degli edifici portano la firma dei migliori architetti dell’ epoca e tutt’ora, queste opere architettoniche, anche se in rovina, mantengono il loro fascino e la loro imponenza.
Le strutture più grandi erano delle vere e proprie città autosufficienti e non di rado venivano raffigurate come navi oppure aerei.
Con il mito della razza sana, le città dell’Utopia erano organizzate come caserme, con un programma giornaliero scandito in modo schematico e rigoroso.
Con l’avvento delle colonie veniva data la possibilità ai bambini di scoprire il piacere del mare, della montagna, del fiume e dei laghi.
Si potrebbe dire che si è trattato di una prima forma di turismo popolare ed anche un primo welfare statale. In effetti i ragazzi che venivano ospitati nelle case vacanza, erano per lo più figli di operai ed impiegati di grandi fabbriche o apparati dello stato. Per quanto riguarda l’aspetto del paesaggio, questi giganti in cemento armato giacciono reietti, tranne qualche sporadico caso di recupero discutibile o ancor peggio, demoliti per fare spazio ad alberghi ed appartamenti. 

Al tempo della loro costruzione, in particolare per le colonie marine, erano gli avamposti della civiltà in luoghi isolati, lontani dal centro abitato; ora invece sono oasi, con i loro grandi spazi verdi, in mezzo ad un mare di cemento, risultando un elemento di discontinuità nel paesaggio urbanizzato della costa e restando unico varco visivo verso il mare.
Per la realizzazione di questo progetto si è viaggiato attraverso: Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Toscana, Emilia-Romagna, Marche ed Abruzzo.
 

Lorenzo Mini nasce a Rimini il 3 agosto 1973, vive e lavora a Cesenatico. Il suo progetto fotografico, in generale, è orientato verso la documentazione di particolari fenomeni socio culturali e paesaggistici, interpretati come specchio della modernità, attraverso i quali tenta di rappresentare e rendere evidenti le condizioni, a volte contraddittorie, del nostro tempo. Ha frequentato vari corsi di fotografia, tra i più significativi: “corso di reportage” presso Officina Fotografica di Milano e “professione reporter” presso Istituto Italiano di Fotografia di Milano. Ha realizzato vari reportage, alcuni dei quali esposti in mostre personali e collettive.
 

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